La principale dote umana di Franco Baresi? «La capacità di essere un esempio silenzioso: un silenzio forte». Filippo Galli ha condiviso il campo con il Capitano quasi ininterrottamente per 13 stagioni, 240 partite insieme, colonne di una delle difese più forti di sempre. La voce resta in gola, l’emozione si mischia a qualche sorriso quando la mente vaga alla ricerca di aneddoti: «Gira un falso mito secondo cui Franco mi avrebbe detto di non menare Maradona, ma è un’invenzione: non ho mai colpito duro Diego, le poche volte in cui l’ho fermato è stato grazie a mezzi leciti».
Celebre il video di Maradona con addosso la maglia rossonera di Baresi: «È il massimo come difensore».
«Mi impressionava soprattutto la fluidità dei suoi movimenti, sembrava non fare alcuno sforzo. Aveva lettura, sempre al posto giusto al momento giusto. E poi era il primo regista. Un facilitatore».
E il «silenzio forte» di cui parla?
«Lavorava e basta. Un esempio per tutti. Dal campo allo spogliatoio, fino alle riunioni».
Il primo ricordo che ha di lui?
«Quando ancora non ero suo compagno. Sono milanista da sempre, ricordo lo scudetto della stella vissuto in Curva Sud: Franco era già il mio idolo. E poi me lo sono ritrovato accanto...».
In una difesa che ha fatto scuola.
«Baresi guidava un reparto che agiva come una cosa sola seguendo le indicazioni di Arrigo Sacchi. Franco si faceva capire in un attimo».
Un esempio?
«Con un’occhiataccia: capivi subito di aver commesso un errore. Ma non era solo un capitano severo: aveva la capacità di starti vicino e di incoraggiarti nei momenti giusti».
L’intesa tra Baresi e Arrigo Sacchi?
«Unica. Franco è stato l’uomo perfetto per la rivoluzione tattica del mister. Aveva la capacità di assorbire al volo le indicazioni e poi metterle in pratica. Sacchi faceva vedere i movimenti di Gianluca Signorini del Parma: lo considerava il difensore modello».
Com’era Baresi nelle situazioni di convivialità fuori dal campo, in ritiro?
«Era di compagnia a suo modo. Un fenomeno a carte, soprattutto a briscola chiamata: aveva una memoria incredibile. E anche in quel contesto, era molto determinato».
Fuori dal campo, ha mai ricevuto un richiamo da parte sua?
«In ritiro facevo parte di un tavolo piuttosto rumoroso: con me Marco Simone e Stefano Nava. Quando alzavamo troppo i toni, si girava e con uno sguardo zittiva tutti».
Poi sono arrivati gli olandesi: come si poneva con i nuovi arrivati?
«Con la leadership di sempre. Dimostrava con i fatti come ci si dovesse comportare in quel Milan. Aveva una cultura del lavoro unica. Ma devo dire che tutto il gruppo italiano aveva questa attitudine: eravamo di esempio per chi doveva ambientarsi nel nuovo contesto».
Usa 1994, Pasadena: Baresi sbaglia il calcio di rigore.
«Lì è uscita fuori anche la fragilità del grande uomo».