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Quel viaggio in treno con il mio idolo

Quel viaggio in treno con il mio idolo

Il treno fa tappa a Roma. C'è chi scende, altri salgono. Sposti leggermente i piedi per lasciare più spazio al tizio che si siede di fronte a te. Quando alzi lo sguardo dall'iPad non credi ai tuoi occhi. Incroci quelli azzurri del compagno di viaggio delle prossime tre ore e pensi che lassù qualcuno ti ama. Franco. Baresi. Qui. Io e il Capitano.

«Ciao Franco» dici con un sorriso così largo che quasi esce dal finestrino. Sul tavolino, la cover del tuo cellulare con la scritta Milano Rossonera è un biglietto da visita. Prendi fiato e metti le cose in chiaro: «Se speravi di non avere rotture di scatole e di riposarti in pace fino a Milano, mi sa che devi chiamare la polizia ferroviaria». Risata. Il ghiaccio è rotto.

Conosci tutto di lui in campo, compresa la sua proverbiale ritrosia fuori. Gli racconti le stesse identiche cose che quelli come te gli avranno detto milioni di volte: la prima volta che l'hai visto allo stadio (anni 7, contro l'Atalanta, Serie B), la maglia col 6 indossata anche di notte, l'abbonamento in curva dalle superiori e via così.

Parlate degli anni d'oro del grande Real che veniva fatto a pezzi dal vostro Milan. Gli chiedi tutto della notte del 5 a 0. E poi Maldini, Ancelotti, Van Basten, Maradona. Tanti aneddoti. Ma a un certo punto cambiate registro. Forse perché lo trovi di un ciarliero che non ti saresti mai aspettato. Forse perché non vedi più solo il tuo idolo ma una persona simpatica e empatica. «Franco, basta calcio che ti sto annoiando! Cosa fai quando non lavori?».

Ti racconta dei figli, di quello che fanno e dove sono. Dei suoi genitori, persi troppo presto. Del fratello, della nipote calciatrice. Gli amici, che nel mondo del calcio sono pochissimi («Ma veri»). Di una vita che gli ha dato tutto, dell'affetto dei tifosi che lo commuove sempre («Ma non lo faccio vedere»). «Franco, ma un rimpianto ce l'hai?». «Uno sì, quello di non aver fatto l'allenatore. Una mia scelta, ma adesso mi chiedo come sarebbe stato. Un po' di calcio giocato in fondo ci capisco…».

Gli dici che non vorresti mai essere nei panni del libero allenato da lui. Scherza: «Vediamo se ci capisci tu, di calcio. Chi faresti giocare in difesa domenica prossima?» (siamo nel febbraio del '25, l'ultimo Milan di Pioli, non brillantissimo). Scegli la coppia di centrali, poi gli esterni. «Ecco, hai sbagliato tutto!». E cambia tre difensori su quattro, spiegandoti il perché e il percome. «Sei bocciato. Non ti farei mai fare il mio vice».

Lo vedi ringiovanito e felice. Ti sembra immortale, come quando tu avevi 17 anni e lui alzava Coppe dei Campioni per farti felice.

Il treno arriva in Centrale. Camminate insieme fino in fondo alla banchina. Vi salutate. Lui dice: «Un giorno vieni a trovarmi in ufficio in via Aldo Rossi, ci prendiamo un caffè». Mesi dopo suona il postino. Apri il pacco. Dentro ci sono una maglia del Milan, una sua foto e una dedica bellissima. Che ora ti fa solo piangere.

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