Benvenuti a un’edizione infrasettimanale leggera e “straordinaria” di “Whatever It Takes”. Le newsletter del Corriere della Sera cresceranno e andranno ad arricchire sempre di più l’offerta informativa del “Corriere” nei prossimi mesi: un’ottima scusa per me per sperimentare formati nuovi quando i tempi e la realtà là fuori, nel mondo, invitano a farlo.
E questi tempi non sono di quelli da calma piatta, senza stimoli. Per esempio, siamo tutti felici (cioè, tutti o quasi) che finalmente la questione della cattura oligarchica sulla democrazia americana sia stata al centro di una campagna elettorale. E siamo tutti felici (cioè, tutti o quasi) che Elon Musk si ritrovi ad aver appoggiato i cavalli sbagliati in Texas dopo aver speso oltre 400 milioni di dollari a sostegno delle campagne dei repubblicani trumpiani per il Senato e per la poltrona da governatore.
Come dice James Talarico, il giovane ex seminarista che ha vinto un seggio al Senato in Texas per la prima volta dal 1988 contro lo sfidante repubblicano (finanziato da Musk) Ken Paxton: «Abbiamo appena dimostrato che tutto il denaro del mondo non può competere con il popolo del Texas. il potere appartiene al popolo». Verissimo. È una grande cosa che abbia vinto uno sfidante fuori dall’establishment tradizionale, nello stato di Big Oil e dove si pianifica (pianificava?) la costruzione del 25% della capacità computazionale del data center dell’intelligenza artificiale. Il Texas è lo stato che concede enormi sconti fiscali per l’uso del terreno a queste infrastrutture e alle aziende di Elon Musk. È lo stato che non fa (faceva?) rispettare le norme ambientali a SpaceX dello stesso Musk e ai data center. È lo stato, uno dei tanti, che di fatto trasferisce sui cittadini comuni i costi supplementari dell’elettricità consumata dalle infrastrutture dell’AI.
Dunque alle midterm in America hanno vinto i cittadini comuni e ha perso Big Tech. La fine dei regali ai proprietari di data center cambia completamente l’economia dell’intelligenza artificiale, già prima in bilico per i suoi costi colossali. Infatti oggi Wall Street sta crollando, trascinata verso il basso dal crollo delle società di data center. La stessa SpaceX, che di fatto ha trovato un nuovo business accanto a quello dello spazio affittando capacità computazionale agli altri titani del Big Tech, va malissimo in borsa. Oggi sta perdendo l’8,9%, mentre scrivo. Da quanto il mercato ha fiutato la vittoria dei democratici, nell’ultimo mese, ha bruciato qualcosa come 560 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato. Ora voglio proprio vedere se la quotazione di Anthropic sarà confermata, o lo sarà ai prezzi attuali.
Insomma, vittoria del popolo e sconfitta del capitale. E scusate il semplicismo. Ma siamo proprio sicuri? In buona parte, sì. Ma questo non significa che le campagne dei nuovi volti democratici siano costate poco o che, in qualche caso, le donazioni dei miliardari anche a loro siano mancate.
Non confondiamoci qui, non voglio tentare delle false equivalenze di tipo un po’ qualunquista. Ovvio che non è uguale. Politici come Talarico perseguono piattaforme contro i grandi interessi organizzati e non rispondono a pochi enormi finanziatori come Musk o Peter Thiel di Palantir. Ma il peso del denaro resta comunque.
Talarico ha raccolto 146 milioni di dollari per la sua singola corsa a un seggio in Senato, un record per il suo partito. L'avversario di Talarico Paxton aveva circa 400 milioni, vero. In altri termini più di mezzo miliardo è stato speso per un solo seggio. E il grado di indipendenza dei due dal Big Tech non è paragonabile, verissimo. Ma il solo Talarico ha speso per un seggio sette-otto volte di più del costo dell'intera campagna per i duecento seggi in Senato in Italia messi insieme.
Non ha fatto esattamente una campagna da pauperista. Non l’ha fatta neanche l’altro astro democratico nascente Jon Ossoff, che aveva un bottino elettorale di 115,9 milioni di dollari da spendere per il suo seggio al Senato in Georgia. Non l’ha fatta, una campagna pauperista, neanche Abdul El-Sayed: il primo musulmano a entrare nel Senato degli Stati Uniti aveva un bottino di guerra da 53,8 milioni di dollari, più del doppio di quanto hanno speso tutti insieme i duecento senatori italiani eletti nel 2022. Né ha lavorato con poco Annie Andrews, altra nuova star democratica, la pediatra che ha vinto un posto al Senato per la North Carolina con un bottino di guerra da 24 milioni di dollari (tutti i dati sono di Open Secrets).
E chi ha finanziato i nuovi leader democratici? Talarico ha avuto tante piccole donazioni "grassroot", dai comitati di base, ma anche molti milioni da miliardari dei settori più pesanti per Wall Street. Gente come Reid Hoffman, cofondatore di LinkedIn (11,5 milioni) o 1,75 milioni di Christian Larsen di Ripple (una piattaforma per criptovalute). Ossoff ha avuto più di metà dei suoi fondi elettorali da piccole donazioni grassroot, anche lui, ma per quasi metà ha ricevuto donazioni più sostanziose da dipendenti di Alphabet, Delta Airlines e altre aziende strategiche.
Persino El Sayed ha avuto anche contributi dal Chief Technology Officer di Microsoft Kevin Scott e altri grossi donatori, accanto a molto autofinanziamento “grassroot”. E Annie Andrews alla Camera ha ricevuto quasi metà dei suoi soldi dal mondo della sanità privata americana.
Di nuovo: non voglio fare l'equivalenza con i livelli di interferenza "oligarchica" raggiunti da Trump e dai suoi. Non è uguale. Ma anche le cifre raggiunte dai democratici, per quanto inferiori a quelle dei repubblicani, segnano record senza precedenti per il partito. Mai dei candidati al Congresso avevano ricevuto tanto e avevano speso tanto. Hanno ricevuto e speso più dei Clinton ai loro tempi; e sì che i Clinton, anche nel loro partito, venivano visti (e raccontati) come i più compromessi con gli oligarchi e i portatori d’interessi.
La sostanza è che con queste elezioni di midterm il denaro non diventa meno importante per la politica in America, ma di più. Non si era mai speso tanto. Perché ci sono due cause strutturali di questa deriva di intreccio fra democrazia e denaro.
1) La volontà di tanti soggetti, spesso molto ricchi, di donare alle campagne. Lo fanno per motivi di opinione o di interessi, ma lo fanno.
2) la sentenza "Citizens United" del 2010 che toglie qualunque limite ai contributi, anche anonimi attraverso i "dark PACs". Il denaro in politica è considerato "free speech".
E tanti ricchi continuano a parlare liberamente, in entrambi i partiti.
Per iscriversi a questa newsletter, cliccate qui. l feedback dei lettori è importante, la vostra "raccomandazione" pure. Se questa newsletter vi è piaciuta, dite agli amici di abbonarsi! Se volete scrivermi, questa è la mia email: [email protected]
6 nov 2026 | 09:22