Economia

Andrea Poggi, Deloitte: «Previdenza integrativa: incentivi a giovani e donne»

Andrea Poggi, Deloitte: «Previdenza integrativa: incentivi a giovani e donne»

Donne, giovani e lavoratori del Sud risultano meno coinvolti dalla previdenza integrativa. Proprio queste categorie possono essere più esposte a salari contenuti, carriere discontinue e minore capacità di risparmio. Rafforzare la previdenza complementare significa quindi affrontare anche un problema di equità sociale. Questa una delle riflessioni che scaturiscono dall’analisi del gruppo di lavoro Welfare del Futuro, nato dall’iniziativa di Maria Ida Germontani, ex senatrice, e Giovanni Maggi, presidente di Assofondipensione, a cui Deloitte e Mefop hanno contribuito come advisor tecnici.

La spesa
«In Italia — dichiara Andrea Poggi, senior partner di Deloitte — abbiamo una spesa pensionistica pubblica molto elevata, mentre la previdenza complementare resta relativamente poco sviluppata. Dobbiamo rafforzare il secondo pilastro previdenziale per garantire una maggiore adeguatezza dei redditi pensionistici futuri e rendere più sostenibile il sistema nel suo complesso». La spesa pensionistica italiana raggiunge circa 364 miliardi, il 16,5% del Pil, rispetto a una media europea del 12,3%. Sul fronte complementare, il patrimonio accumulato resta distante dai livelli di Paesi come Svizzera (143% del Pil), Danimarca (118,2%) e Regno Unito (63,8%).

I rischi
Denatalità e AI rischiano di ridurre il monte dei contributi pensionistici. Tra le leve per ampliare la partecipazione figura l’adesione automatica, introdotta dal 2026 con modalità specifiche per determinate categorie di lavoratori. L’automatismo, tuttavia, non basta. Servono procedure semplici e incentivi capaci di raggiungere chi dispone di minori risorse. L’Italia prevede già agevolazioni fiscali per la previdenza complementare, ma si può ragionare su strumenti più mirati per favorire l’adesione delle categorie oggi meno rappresentate. La previdenza complementare può svolgere anche una funzione di sostegno alla crescita. Come ricorda Poggi, circa il 55% del patrimonio previdenziale italiano è investito in titoli di debito pubblico, mentre la componente azionaria è intorno al 22 per cento. Una quota contenuta raggiunge direttamente l’economia reale nazionale. «Occorre — conclude Poggi — favorire la crescita mantenendo un appropriato rapporto tra rendimento e rischio per gli aderenti».

4 nov 2026 | 15:29

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