Il mercato delle idee «è più vivo che mai». Lo storico dell’economia Joel Mokyr, vincitore del Nobel nel 2025, con Philippe Aghion e Peter Howitt, ne è convinto. Il numero di studi scientifici che vengono pubblicati ogni anno continua a crescere, le scoperte aumentano ed esistono canali un tempo inimmaginabili per far circolare idee e conoscenze. Tuttavia, le derive populiste, la sfiducia nei confronti delle istituzioni e le tensioni geopolitiche rischiano di soffocare il progresso. Ed è questo a rendere un po’ meno ottimista il professore di Economia e Storia della Northwestern University. L’Economia del Corriere della Sera lo ha incontrato a Milano, in occasione della sua lectio magistralis per il ventennale del Centro Dondena dell’Università Bocconi.
Il prospetto dell’Ipo di Anthropic delinea un futuro di grandi promesse ma anche rischi legati all’intelligenza artificiale, quanto ci dobbiamo preoccupare?
«Ogni nuova invenzione presenta dei rischi. Ma non credo alle previsioni apocalittiche secondo cui l’intelligenza artificiale annienterà l’umanità. L’Ai è uno strumento. Abbiamo bisogno di esperti, accademici che valutino cosa può e cosa non può fare. Ma oggi la fiducia negli scienziati, nelle istituzioni è in calo in tutto il mondo e questo mi preoccupa molto. Le minacce per l’umanità sono altre, non l’intelligenza artificiale».
Quali ad esempio?
«Le armi nucleari. Nel 1945 il mondo ha visto da vicino ciò che succedeva a Hiroshima e Nagasaki. Ma, poiché per 80 anni non è più successo nulla, le persone oggi sono meno consapevoli del pericolo. Reagan e Gorbaciov fecero un accordo per ridurre gli armamenti, mentre oggi Trump e Putin dichiarano di voler potenziare i rispettivi arsenali. E poi c’è il riscaldamento globale. Tra alcuni anni ci saranno posti nel mondo dove sarà impossibile vivere. E per affrontare il cambiamento climatico servono risorse. L’economia deve continuare a crescere ma deve essere una crescita sostenibile».
L’Europa si è data obiettivi climatici ambiziosi ma Cina e Stati Uniti stanno seguendo un’altra strada.
«La Cina in realtà sta investendo moltissimo nelle rinnovabili e gli Stati Uniti torneranno sui loro passi appena il governo cambierà. Penso che alla fine il mondo riuscirà a trovare un’intesa su questo e a capire quanto è pericoloso il cambiamento climatico. Non so se quando succederà sarà troppo tardi».
Il fatto che molta innovazione oggi arrivi da un’autocrazia come quella cinese è un rischio?
«Se un’invenzione è in grado di migliorare la vita delle persone non importa dove avviene, perché prima o poi arriverà a tutti. E il fatto che la Cina sia in competizione con gli Stati Uniti può spingerli a investire ancora di più nella ricerca. Basta pensare a cosa successe quando l’Unione sovietica aprì la corsa allo spazio con lo Sputnik. Gli Stati Uniti iniziarono a investire moltissimo in ricerca e questo consentì all’America di andare sulla Luna».
Nella competizione odierna l’Europa può ancora avere un ruolo?
«Penso di sì. L’Europa deve snellire la propria burocrazia. Il problema è che l’Unione europea è molto integrata su alcuni fronti e pochissimo su altri. Ma uno dei suoi punti di forza è la diversità di competenze tra Paesi. Ci sono realtà molto dinamiche sul fronte tecnologico come l’Estonia a cui guardare. Ma l’Europa dovrebbe investire di più in ricerca. I vostri atenei formano ricercatori e scienziati eccellenti. Però negli Stati Uniti le università competono per attrarre i migliori talenti offrendo loro salari elevati. In Europa invece questo avviene molto meno perché i governi non lo permettono.
Per diventare più competitiva l’Europa dovrà rinunciare al suo modello sociale?
«La forza con cui una società cresce e innova dipende da quanto è affamata. In Europa la maggior parte delle persone vive bene, è in salute, mangia bene, ha la possibilità di godere di tanti divertimenti. Adam Smith sosteneva che si lavora e si produce per consumare. Ma se uno ha già tanto perché dovrebbe lavorare e produrre di più. Non è che l’Europa non cresca ma è una crescita molto lenta. Lo Stato sociale nella sua forma attuale è sempre meno sostenibile per svariate ragioni, a partire dall’andamento demografico. Ma anche perché oggi servono più investimenti per la difesa o per contrastare i cambiamenti climatici. Bisogna quindi fare delle scelte. Ad esempio per fare in modo che le persone lavorino più a lungo o che i giovani entrino prima nel mercato del lavoro».
C’è un crescente allarme sul debito americano ormai oltre la soglia dei 40 mila miliardi di dollari.
«Di per sé un debito elevato non è né una cosa positiva né negativa. Se un Paese è molto indebitato perché ha investito molto in infrastrutture non è poi così male. Se invece il debito è aumentato perché stai combattendo una guerra in Iran il discorso è diverso. Ma ci sono diverse soluzioni per ridurre il debito pubblico. Ad esempio potrebbero aumentare le tasse di successione che l’attuale amministrazione Usa ha scelto di ridurre. Perché non dovremmo tassare chi eredita un miliardo di dollari senza aver dovuto nemmeno lavorare per ottenere quella fortuna?»