Per spiegare perché il Corriere della Sera lancia un nuovo festival dedicato all'innovazione «che fa bene a tutti» (al museo MaXXI di Roma, dal 1 al 3 dicembre), mi scuserete se la prendo da lontano ma altrimenti questa storia non si capisce e può apparire solo una scelta stramba e non la strada per entrare in un mondo nuovo. Il famoso mondo migliore.
Nel 1997 l'economista di Harvard Clayton Christensen pubblicò un libro destinato ad avere un’enorme influenza su quello che poi sarebbe accaduto nelle nostre vite. Si intitola Il dilemma dell’innovatore. Quando le nuove tecnologie fanno fallire le grandi imprese. Erano gli anni in cui il web stava entrando prepotentemente nelle nostre vite: le «nuove tecnologie» a cui si riferiva lo studio di Christensen erano esattamente quella cosa lì, la rivoluzione digitale. L’idea centrale del libro era che a volte non basta gestire bene una azienda, migliorare i prodotti, rispettare i clienti: non basta essere un bravo imprenditore tradizionale; non basta perché quando arriva una nuova tecnologia - e arrivano sempre nuove tecnologie, è la storia, bellezza! - spuntano anche nuove aziende (poi le avremmo chiamate startup) che stravolgono gli equilibri di mercato diventandone leader e, letteralmente, distruggendo quella che lo dominava prima. Per informazioni, rivolgersi alla Nokia o alla Kodak, per citare due ex colossi.
L’idea della «distruzione creativa» quale motore dell’economia non era di Christensen: era di Joseph Schumpeter, leggendario economista vissuto al tempo della seconda rivoluzione industriale, il quale aveva individuato la disruption quale motore dell’economia. La novità di Christensen era aver collegato questo processo a una nuova tecnologia e averlo fatto mentre la Silicon Valley ribolliva di startup pronte a far saltare le vecchie imprese tradizionali. «Change Is Good» era lo slogan del fondatore di Wired, Louis Rossetto, cantore di quegli anni che intitolò così un suo editoriale nel 1998. Cambiare nella vita va bene, sempre e comunque. Il furore rivoluzionario a cui abbiamo assistito in seguito nasce da lì. Dovevamo, volevamo, cambiare tutto. Per alcuni non era un sogno: era un'ideologia.
Va riconosciuto che l’impresa immaginata da Christensen è in gran parte riuscita come dimostra il confronto fra le dieci imprese più capitalizzate d’America nel 1997 e nel 2026.
Balzano agli occhi tre cose:
1) nessuna delle prime dieci di allora è ancora in classifica;
2) l’unica azienda a non far parte di quella che per semplicità chiamiamo Silicon Valley è il gruppo farmaceutico Eli Lilly, che figura al decimo posto;
3) la prima classificata del 1997 (la Coca Cola) aveva un valore di Borsa di circa 164 miliardi di dollari; la prima attuale (Nvidia) vale quasi cinquemila miliardi. Un miracolo che fa impallidire la moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Ma trent’anni dopo quel manifesto della Silicon Valley, una domanda molti hanno iniziato a farsela: il mondo è un po’ migliore? Oppure, come recita un famoso aforisma, «l’operazione è perfettamente riuscita, ma il paziente è morto»?
Che fosse necessario ripensare il concetto di innovazione, oggi lo dicono in tanti ma qualcuno lo va dicendo da un po’. La voce più autorevole è forse quella della storica di Harvard Jill Lepore che nel 2014 - quando l’economia del web era diventata l’economia del social network, la più potente macchina per fabbricare denaro che la storia dell’economia ricordi - pubblicò un saggio sul New Yorker in cui contestava la teoria di Christensen. Al di là dei singoli esempi - in cui la Lepore dimostrava che i casi portati non era solidi come si voleva far credere -, è fondamentale la diversa prospettiva: la Lepore infatti confutava la tesi per cui ogni trasformazione sarebbe per forza buona e quindi desiderabile solo perché rompe gli equilibri esistenti. Va notato che questa idea della «rottura» come valore era diventato il mantra della Silicon Valley: negli uffici di Facebook su tutti i muri agli inizi, attorno al 2006, era stato scritto lo slogan: «Move Fast and Break Things», muoviti in fretta e rompi le cose; e quando una decina di anni più tardi Sam Altman prese il comando di OpenAI, rilanciò quel motto dicendo che il suo era «muoviti ancora più in fretta». E rompi ancora più cose ovviamente. Anche qui: missione compiuta a giudicare dallo stato delle democrazie liberali.
Dove stava l’errore? Come spesso accade non nella risposta, ma nella domanda. Qualche giorno fa lo ha ribadito papa Leone parlando dell’intelligenza artificiale: «La domanda decisiva non è semplicemente che cosa riesce a fare l’intelligenza artificiale, bensì a cosa dovrebbe servire». Per tornare al ragionamento di Jill Lepore, quando una nuova tecnologia rende possibile cambiare qualcosa, la domanda da porsi è: il mondo migliorerà? Oppure una certa innovazione serve soltanto a far diventare super ricchi un manipolo di imprenditori della Silicon Valley? Insomma il vero dilemma dell'innovatore - e di chi l’innovazione la racconta, la finanzia, la regola, la utilizza - dovrebbe insomma essere: questa novità fa bene a tutti o no? Intendendo con tutti i clienti certo, che devono essere soddisfatti e rispettati; e gli azionisti ovviamente, perché senza profitto l’economia si ferma; ma anche i dipendenti che hanno diritto a salari e trattamenti adeguati; e persino il pianeta, perché si è visto qual è l’impatto negativo di certe imprese industriali inquinanti. Il conto dei disastri climatici poi lo paghiamo tutti, mentre i profitti sono solo di chi inquina.
Non stiamo parlando di utopie ma di storie vere, persone vere, ricercatori veri, aziende vere, che hanno scelto di porsi come obiettivo di contribuire a rendere migliore il mondo in cui viviamo. Esistono e non sono dei martiri: hanno successo. Forse guadagnano un po’ di meno di quelli che abbiamo celebrato fin qui - come se il denaro fosse l’unica misura di tutte le cose - ma contribuiscono ogni giorno a far stare bene se non tutti, almeno molti.
Saranno loro i protagonisti del Festival che il Corriere ospita al MaXXI di Roma dal 1° al 3 dicembre.
Quando lo abbiamo pensato, ormai un anno fa, sembrava una stramberia. Ma con il vento nuovo che si inizia a respirare nel mondo, forse è l’ossigeno di cui avevamo bisogno.
Dove e quando:
Beautiful Minds, il Festival dell’Innovazione del Corriere della Sera
MAXXI, Museo nazionale delle arti del XXI secolo, via Guido Reni 4A, Roma.
Dal 1° al 3 dicembre 2026, con appuntamenti dalla mattina alla sera.
Programma e aggiornamenti qui
5 nov 2026 | 08:56