Sport

Kimi Antonelli: «A Monza ho capito che potevo vincere, terrò il numero 12. Vorrei conservare in officina il telaio della mia Mercedes»

Kimi Antonelli: «A Monza ho capito che potevo vincere, terrò il numero 12. Vorrei conservare in officina il telaio della mia Mercedes»

Gli hanno cantato a squarciagola We Are the Champions e Sarà perché ti amo, anche i ragazzi della Mercedes lo hanno portato sulle spalle. Kimi Antonelli ha festeggiato il titolo insieme alla squadra, agli amici e al papà Marco, in un locale a Polanco. Fino a qualche ora prima non sapeva neanche come avrebbe passato la serata. Chiedeva a «Ricky l’avvocato», uno dei suoi collaboratori: «Oh, ma stasera si fa qualcosa?», come un ragazzo in libera uscita.

Kimi si è reso conto: ha vinto il Mondiale di Formula 1 ?
«Ora comincio a capire. Quando ho riacceso il telefono, su WhatsApp non aggiornava nemmeno le chat per quanti messaggi ho ricevuto. Ma lo capirò meglio più avanti, in Brasile questo fine settimana, e poi quando rientrerò in Italia. Però mi sento finalmente libero».

In che senso libero?
«Non devo più fare gli scongiuri, toccarmi le parti basse. Mi fanno i complimenti e finalmente posso rispondere: “Grazie”. In Messico era stata un’agonia, non ne potevo più. Tutti a dirmi “bravo campione” quando non lo ero ancora diventato. E ogni volta mi inc..., rispondevo “Tiè”».

In gara si è messo anche a superare Leclerc per raggiungere il podio. Ma non poteva stare tranquillo con un quarto posto?
«Volevate che stessi buono lì? Volevo arrivare per bene sul podio, e che podio. Con Verstappen e Hamilton». Chiama la mamma seduta al tavolino accanto: «Facciamo una bella stampa di quella foto in cui mi portano sulle spalle e la mettiamo su una parete in casa?».

Che cosa significa per lei questo titolo?
«Tantissimo. Soprattutto perché l’anno scorso non era stato facile, tanti dicevano che non ero pronto per la F1, tutte quelle cose lì. E quest’anno nessuno all’inizio del campionato avrebbe mai potuto prevedere una stagione così. Il Mondiale ha un significato importantissimo a livello personale, per la mia famiglia e per la squadra, per tutti i sacrifici che hanno fatto per me, la Mercedes mi ha preso a 12 anni. Senza di loro non sarei qui. Ovviamente deve essere un punto di partenza».

Già parla di punto di partenza.
«Certo, per ricominciare e diventare ancora più forte. E ho preso la decisione finale: non userò il numero 1, terrò 12 che mi farà stare più con i piedi per terra».

Teme di montarsi la testa?
«No. Ma il 12 mi darà maggiore consapevolezza per ripartire e ricostruire, non dico da zero ma quasi».

A che punto della stagione ha pensato di poter vincere il Mondiale?
«Dopo Monza».

Non prima?
«A Monza è diventato concreto, una vittoria speciale con quella rimonta. Un bel colpo psicologico, avevo già messo in conto di perdere punti e invece ne ho guadagnati. Dopo Montecarlo a giugno, avevo pensato: “Dai, si può fare”. Poi però sono arrivati due ritiri di fila».

Dovrà comprarsi dei vestiti eleganti, la inviteranno in decine di galà.
«Non vedo l’ora di andare a quello della Fia a Shanghai. Per prendere il trofeo del campione del mondo, credo e spero che almeno quello me lo lascino tenere. Dovrò chiedere a Toto (le coppe spesso vengono custodite dai team, ndr)».

Perché non si fa dare la macchina con cui ha vinto il titolo?
«Quello è “next level”. Papà mi ammazzerebbe, abbiamo già troppa roba». Kimi chiama il padre: «Che dici, la mettiamo in officina? Ci facciamo dare solo il telaio?». Marco risponde: «Dai, vediamo».

Prossimo obiettivo?
«Continuare a vincere, la strada è ancora lunghissima. Ho ancora tanto da imparare, la cosa bella è questa e mi dà fiducia per il futuro. Ogni anno però bisogna alzare l’asticella. In questa stagione all’inizio ho sempre avuto una macchina competitiva, adesso gli equilibri cambiano da pista a pista. Vanno forte Red Bull e Ferrari, siamo tutti vicini».

Crede che il 2027 sarà così?
«Sì, potremmo ripartire come adesso. Dobbiamo fare un altro step, potrei ritrovarmi a lottare contro Max e Lewis, e contro George (Russell, ndr) che sicuramente tornerà più forte. Bisognerà crescere ancora».

Quindi per lei questo titolo è soltanto l’inizio?
«Deve essere solo l’inizio».

Sta ricevendo tanti messaggi, qualcosa da ricordare?
«Una cosa che mi ha detto Toto (Wolff, ndr, il capo della Mercedes): vorrebbe che io fossi “rilevante” a lungo. Non puoi vincere un Mondiale e sparire. Spero fra un bel po’ di anni di guardarmi indietro e di aver lasciato il segno. Questo spirito mi darà la carica per il futuro».

Nato nel 2006 quando l’Italia vinceva il Mondiale di calcio. Ora è lei a portare il Mondiale agli italiani. Ci ha pensato?
«Tanta roba per l’Italia. Il nostro Paese è fortissimo in tanti sport, ripenso ai Giochi di Milano-Cortina, alla MotoGp. Mancava la F1, direi che ci siamo. Però ora bisogna pensare a come restare sul tetto del mondo».

Potresti esserti perso