A chi somiglia Kimi? Solo a se stesso. Chi ci ricorda Kimi? Tanti, tutti i grandi campioni che, prima di lui, hanno stupito ed entusiasmato in pista. La caccia al paragone è inevitabile anche se trattasi di gioco un po’ sterile perché un conto sono le similitudini da albo d’oro, un altro i tratti che marcano personalità, stile e storia di ogni talentuoso interprete della velocità. Intanto: nessuno ha fatto così bene, così tanto, ad anni 20.
Il che indica una cifra propria di Antonelli, decisiva su una quantità di aspetti. Di anni ne aveva 40 Fangio quando vinse, 75 anni fa, il suo primo Mondiale; aveva 35 anni Ascari nel 1953, l’anno del suo bis iridato. Sono i riccioli scuri, l’unico tratto ribelle di Antonelli a evocare una vicinanza con Senna, il suo mito, il mito di tutti noi che amiamo le corse. Ma Ayrton — primo titolo conquistato a 28 anni — era una persona lontanissima da Kimi, se pensiamo a dove e come transitò dall’infanzia all’età adulta, al rapporto con l’esistenza, con la spiritualità e dunque con l’agonismo. Formidabili entrambi? Ma certo, con attitudini distanti nell’approcciare la vita, le sfide, gli avversari.
Che Kimi ricordi Prost quando caccia in pista una razionalità forte quanto l’aggressività è pur vero. Classe pura, con percorsi anche qui differenti, visto che Prost ottenne il suo primo titolo da trentenne, al quarto anno di F1, manifestando poi una tardiva maturità.
Se qualcuno pensa a Prost quando guarda Antonelli, è facile che ad altri venga in mente Lauda, tenendo al centro del fare raziocinio, visione, lucidità. In questo, Niki è stato un maestro assoluto. Che Kimi — quasi un anagramma — sia portato a elaborare gli ingredienti a disposizione pare evidente, ma ancora una volta stiamo cercando di confrontare un ragazzo precocemente maturo con un uomo fatto, capace di compiere passi enormi nel raffinare strategie, non soltanto in pista.
Per motivi analoghi non regge nemmeno il paragone con Schumacher. Oggi se non altro. Vedremo se Antonelli riuscirà, come Schumi, a diventare un leader maximo dentro la propria squadra mostrando non soltanto la capacità di decifrare questioni tecniche complesse. Il tema resta sospeso, in attesa di osservarlo domani, in un ruolo diverso, in una età diversa, magari alle prese con criticità più consistenti.
Vettel? Mah, forse, pure lui precoce, campione del mondo a 23 anni, premiato da una Red Bull davvero superiore, con qualche passaggio a vuoto una volta arrivato in cima. Altri? Chissà, l’elenco dovrebbe comprendere una sfilza di nomi illustri buoni per scovare affinità o dissonanze.
A chi somiglia Kimi? La domanda resta e porta verso altre direzioni. Somiglia a tanti ragazzi che come lui vengono fuori da un’epoca veloce, da un tempo che richiede rapidità nel conoscere, nell’appropriarsi, nel declinare, magari senza lasciar perdere la lentezza che risiede nella riflessione, nell’analisi di se stessi, dei propri limiti, dei propri valori. Il bello di questa storia felice sta qui. In una modalità di crescita che incute fiducia, speranze e l’idea — a disposizione di chiunque — che ogni segreto risieda nel lavoro, nella dedizione, nella fatica.
Anche se non sembra, anche se pare che a lui, soltanto a lui, riesca d’incanto ogni magia. Il sorriso di Kimi depista. Cela una forza nascosta e pronta dentro ciascuno di noi. A patto di allenarla giorno dopo giorno, come tocca fare con un muscolo atrofizzat
3 nov 2026 | 07:28