Economia

L’imbarazzo di Big Tech che si era prostrata a Trump: ora a rischio i maxi piani dell’AI in Texas

L’imbarazzo di Big Tech che si era prostrata a Trump: ora a rischio i maxi piani dell’AI in Texas

I democratici hanno vinto quasi tutto ciò che potevano, dalle corse decisive per il Senato ad alcune delle più inattese fra le poltrone da governatori degli stati federali. I repubblicani e Donald Trump hanno perso quasi tutto quello che potevano. E Big Tech, quasi per intero, si trova spiazzata fra due forze: da una parte il Partito Democratico che i suoi leader sostenevano in altri tempi, forse più ingenui e meno finanziariamente esposti; dall’altra il presidente repubblicano dagli istinti illiberali, di fronte al quale molti dei titani di Silicon Valley si sono genuflessi in questi anni così pieni di molti calcoli di convenienza e di scarsa dignità personale.

Ma il punto paradossalmente adesso non è tanto questo. Il punto non è che tutta Big Tech (con l’eccezione solo parziale di Dario Amodei di Anthropic) si era inchinata a Trump in modi a tratti umilianti. Difficile dimenticare la statuetta d’oro portata in dono nello Studio Ovale da Tim Cook (allora amministratore delegato di Apple); o, prima ancora, le processioni a Mar-a-Lago di tutti i maggiorenti della Bay Area senza neanche aspettare l’inaugurazione; o i milioni di dollari che loro stessi hanno versato per la cerimonia dell’inaugurazione di Trump; o, ancora, i molteplici ruoli e le incarnazioni dell’uomo più ricco del mondo, Elon Musk: mega-finanziatore delle campagne trumpiane con circa 900 milioni di dollari versati in totale fra l’ultimo ciclo presidenziale e quello congressuale, poi “alto funzionario” (e cane sciolto) dell’amministrazione nei ruoli di spietato e inconcludente tagliatore della spesa federale nel 2026 e ora eminenza grigia del Pentagono all’intersezione fra spesa per la difesa e tecnologie. 

Difficile dimenticare anche tutti i voltafaccia di Mark Zuckerberg di Meta, che con Trump al potere elimina molti dei filtri di Facebook alle espressioni più aggressive e razziste sui suoi social media. Difficile dimenticare soprattutto la squadra di Peter Thiel, fondatore di Palantir, che è riuscito in questi anni a infilare nell’amministrazione Trump un’intera squadra di persone espresse dai suoi fondi d’investimento e dalle sue imprese (a partire dal vicepresidente JD Vance, che lavorava per lui).

Ma davvero non è questo il punto. Il riposizionamento di tutti questi ultra-miliardari di Silicon Valley, ovvio, è già partito. E proseguirà. Del resto non sono i soli a tentare la manovra di “ricentraggio” post-trumpiano: non saranno i primi a farlo e non saranno loro i più privi di senso della misura. Il punto però è altrove. Il punto per il mercato è che il 25% della potenza di data center dell’intelligenza artificiale da costruire è (o era?) destinata al Texas. Sono (o erano?) investimenti per centinaia di miliardi di dollari, per dare capacità computazionale agli “hyperscalers” dell’AI, così indebitati eppure così fondamentali per le quotazioni di Wall Street. Oggi sullo S&P500, il principale indice di borsa americano, le imprese legate all’AI valgono almeno il 45% di una capitalizzazione di circa 70 mila miliardi di dollari: circa due volte e mezzo il prodotto lordo degli Stati Uniti, un livello mai raggiunto prima.

Per questo un tremore sui titoli dell’AI oggi può trasmettere una scossa tellurica all’intera economia americana. Il punto è dunque che tutti i conti dei data center dell’AI adesso tornano in discussione. Almeno così è per il Texas, lo stato fondamentale per lo sviluppo di queste infrastrutture. Perché quei data center, nello stato un tempo conosciuto a Wall Street soprattutto per il suo petrolio, non erano pagati tutti e solo da Silicon Valley. Quei progetti erano previsti con annessi i vari sussidi statali, gli extra costi dell’energia spostati sulla rete locale e dunque sulla popolazione dello stato, per non parlare dei vasti tagli alle tasse per i Big Tech (per esempio per l’uso dei terreni) di cui beneficia molto proprio SpaceX di Musk. 

Ora però molto potrebbe cambiare. James Talarico diventerà il primo senatore democratico del Texas dal 1988 ed è contro tutti questi privilegi per l’AI. Non è necessariamente contro i data center, ma è contro gli enormi regali già promessi ai loro proprietari. Questa del resto è anche la posizione della democratica Gina Honojosa, che ha sconfitto nella corsa a governatore il repubblicano Greg Abbott (malgrado questi fosse finanziatissimo da Silicon Valley).

Tutto ciò adesso rischia di mettere in seria difficoltà finanziaria i più fragili dei Big Tech e i più vicini a Trump: gli stessi che hanno piani di mega-data center in Texas. Mette in difficoltà Oracle della famiglia Ellison, che si era messa a disposizione del tycoon per espugnare persino la CNN. Mette in difficoltà Coreweave, il più grosso e fragile dei costruttori di data center (legato inevitabilmente a doppio filo con il mega-produttore di chip Nvidia). E mette in discussione le sedi di SpaceX di Musk in Texas, dopo che l’uomo più ricco del mondo ha speso oltre 400 milioni per tenere il candidato democratico fuori dal governo dello Stato.

Questi sono gli Stati Uniti, dunque non ci saranno espropri proletari né “vendette del popolo”. Ma il movimento contro la deriva oligarchica di Silicon Valley e’ così forte da essere arrivato nei posti che contano. E già oggi qualche conseguenza su qualche quotazione a Wall Street - per esempio proprio Oracle - tutto questo cambiamento potrebbe averla.

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